Chi ha paura di dormire nella valle dell’orco?

[Umberto Matino, La valle dell’orco, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, ristampa 2016]

 

Non sono mai stata una bambina capricciosa. Non puntavo i piedi, non dicevo mai “voglio”, non scalpitavo. Poi non dormivo e mangiavo troppo poco, ma questa è un’altra storia. Di bambini capricciosi, però, ne ho conosciuti molti. Ho visto lacrimoni scendere copiosi, piccole bocche spalancate urlare a squarciagola, piedini dibattersi come posseduti da un’entità furiosa. E genitori stremati. Che, non sapendo più a che santo votarsi, immancabilmente se ne uscivano con la frase delle frasi, l’innocua minaccia che avrebbe dovuto porre fine al terremoto: “Viene l’orco e ti porta via!”. D’accordo, un modo di dire che fa molto anni ’80 e oggi forse è meno utilizzato (anche perché, a pensarci bene, sortiva pochi effetti). Ma è stato proprio così che incontrai l’orco per la prima volta, dalle parole di mamme e papà evidentemente disperati. Non ne avevo paura, anzi, gli orchi mi affascinavano. E non temevo certo che venissero a tirarmi le coperte di notte. Piuttosto li avrei aspettati perché mi facessero compagnia, da brava figlia unica.

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Accidenti, devo proprio uccidere qualcuno… ma chi?

 Amélie Nothomb, Il delitto del conte Neville, Roma, Voland, 2016
I libri di Amélie Nothomb hanno un solo problema: finiscono troppo presto.
Finiscono troppo presto come tutte quelle cose piacevoli che neanche il tempo di iniziarle e… zac! già andate.
I libri di Amélie Nothomb sono come la festa di fine anno scolastico che aspetti per nove mesi sognando di rivedere il ragazzo della seconda B scientifico che ti piace tanto e passi settimane a decidere cosa metterti e che lucidalabbra usare e poi… zac! tuo padre arriva già a prenderti.
I libri di Amélie Nothomb sono come il nuovo disco del tuo gruppo preferito che ti sembra di averlo appena inserito nel lettore cd e poi… zac! è già arrivato all’ultima canzone. E non c’è neanche una bonus track.

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