Agatha Christie: La regina del crimine ci lasciava cinquant’anni fa

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È il 10 settembre 1926 e la polizia del Surrey, una tranquilla cittadina nel sud-est inglese, ritrova un’auto abbandonata in una cava di gesso. La macchina appartiene ad una giovane donna, scomparsa da giorni dalla casa in cui vive con il marito, apparentemente svanita come polvere senza lasciare alcuna traccia.

Mentre gli inquirenti brancolano nel buio cercando a vuoto un cadavere, la donna improvvisamente riappare centinaia di miglia più a nord, in un elegante hotel dello Yorkshire, camuffata a dovere e sotto falso nome. Perché? Cos’ha spinto la donna ad abbandonare tutto e tutti, e scappare lontana senza lasciare spiegazioni? E ancora, che cosa nascondeva, da chi fuggiva?

Sembra la tipica trama di un romanzo giallo, alla cui soluzione si arriva solo dopo aver instancabilmente divorato le pagine una dopo l’altra. Certo, un romanzo banale forse, addirittura scontato, se la vicenda non fosse invece realmente accaduta e la donna in questione una delle scrittrici più famose al mondo, le cui opere sono state tradotte in ogni paese, diventando le più vendute dopo la Bibbia e Shakespeare.

Ufficialmente, dame Agatha Mary Clarissa Miller, più nota come Agatha Christie, ci ha lasciati il 12 gennaio 1976, con la serenità dei suoi ottantacinque anni suonati, nella villa immersa in quella campagna inglese che tanto amava e di cui sapientemente scriveva. Ma in realtà, la sua scomparsa più famosa risale proprio al 1926, un secolo fa, quando scappò apparentemente senza un motivo per ritornare una settimana dopo senza dare nessuna spiegazione, giustificandosi con una semplice amnesia.

Si scoprirà solo più tardi che la donna fuggiva da un marito fedifrago, Archibald Christie, usando come pseudonimo, durante la settimana di follia, proprio il nome della di lui amante. C’è chi ha addirittura creduto che madame volesse fingere la propria morte per far incolpare il marito: un’ipotesi possibile, visti i numerosi riferimenti presenti nei suoi tanti romanzi e l’esilarante ironia che li infarcisce, rendendoli anche per questo unici.

Io, da lettrice appassionata, continuo a pensare che in quella storia ci sia già tutta Agatha Christie, questa donna così brillante e sincera: il controllo, la messa in scena, il gusto per il non detto, la suspence… e una forza d’animo invidiabile.

La signora del giallo, indiscussa regina del genere, nata in una tipica famiglia borghese, ha un’educazione piuttosto rigida e un’occupazione, presso l’ospedale di Torquay, che le cambierà la vita. È lì, infatti, che entra in contatto con quelli che diventeranno gli ingredienti indispensabili del suo lavoro: affascinanti boccette di veleni, bustine di polveri dagli effetti deleteri, medicinali dai nomi impronunciabili e arcani. Materiale narrativo, prima ancora che medico.

A trentasei anni, con già un matrimonio fallito alle spalle, mentre tutto intorno all’apparenza crolla, si rifugia nella scrittura: è infatti del 1926 uno dei suoi più grandi successi, L’Assassinio di Roger Ackroyd, il primo vero capolavoro. Da lì in poi, ne seguiranno senza sosta decine, da Dieci piccoli indiani a Trappola per topi, da Assassinio sull’Orient Express a C’è un cadavere in biblioteca, con una naturalezza incredibile.

Senza dimenticare i suoi due protagonisti più famosi, creazioni a cui la Christie aveva saputo infondere vera e propria linfa vitale. Monsieur Hercule Poirot, il detective belga perennemente inferocito con chi osa scambiarlo per un francese, ometto dalla testa d’uovo e dai lunghi, arricciati baffi neri sapientemente impomatati, le cui piccole cellule grigie hanno saputo risolvere alla perfezione mille enigmi, fino alla fine.

E miss Marple, la cara vecchia zia Jane, infallibile nello scovare gli assassini nel paesetto di campagna in cui vive, tra il tè delle cinque mentre sferruzza a maglia e una potatina alle splendide rose inglesi del suo giardino. Ricordandoci sempre che il male si annida ovunque, anche là dove è impensabile.

Poirot e Miss Marple non sono solo personaggi ben riusciti e indimenticabili. Sono due modi diversi di guardare il mondo.
Lui, ossessionato dall’ordine, dalla razionalità, dalla logica.
Lei, apparentemente innocua, radicata in una quotidianità che in realtà le consente di vedere tutto con estrema chiarezza.

Tra un delitto e l’altro, Agatha trova il tempo di viaggiare e risposarsi con l’archeologo Sir Max Mallowan, di tredici anni più giovane. E scherza sul tempo che passa con una leggerezza che oggi definiremmo disarmante, con la celebre quanto esilarante frase:
“Mio marito è un archeologo. Più invecchio, più gli piaccio!”.

Ed è proprio così: i suoi romanzi non invecchiano mai, si trasformano, come le cose preziose. Più il tempo passa, più acquisiscono valore, diventando veri oggetti di culto. Difficile non immaginarsi madame Christie intenta ancora a battere a macchina con gli occhi che brillano e quello sconfinato amore per le cose genuine e i sentimenti puri. Quelli che, alla fine di ogni suo romanzo, vincono sempre, lasciandoci rincuorati dopo tante emozioni.

Forse è per questo che torniamo sempre lì.
Perché Agatha Christie non promette solo un enigma risolto con eleganza e brio. Promette ordine, chiarezza, una forma di giustizia narrativa che, almeno nei libri, arriva sempre.

E ogni volta, chiudendo l’ultima pagina, anche noi ci sentiamo un po’ più al sicuro.

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