Carmine Abate: vivere per addizione tra amore per la terra e filtri da caffè

Cronaca da Pordenonelegge.

Carmine Abate, fresco vincitore del Premio Campiello, arriva come fosse un amico: mi guarda, si presenta, stringe la mano con aria franca e sincera.
Ed è un piacere ascoltarlo.

Questo è ciò che ho raccolto durante la conferenza stampa: le sue parole sanno raccontare meglio di qualunque altra cosa non solo “La collina del vento”, romanzo che è la storia di una famiglia e di una terra molto amata, la Calabria, ma soprattutto se stesso, la scrittura e una lingua, l’Arbresh, sorta di albanese parlato in alcune zone del sud.

Calabria non amour
“In ogni romanzo racconto le terre che ho vissuto con uno sguardo diverso rispetto a quello di un semplice narratore del posto. Uno sguardo nuovo, che ho trasferito probabilmente anche ai due protagonisti del libro. Lo sguardo di chi sta fuori dalla Calabria [l’autore vive in Trentino, ndPL]: solo così sono riuscito a cogliere appieno la complessità di questa terra, che è fatta non soltanto di aspetti negativi, che sono sotto gli occhi di tutti, ma anche di meravigliosi aspetti positivi.
E la risposta è stata ottima! Sia in Calabria, che nel meridione. Questo libro sta diventando un po’ il simbolo di una terra che resiste, che non si piega ai soprusi”.

Perché un romanzo e non un saggio?
“Forse certe problematiche si raccontano meglio in un romanzo, che con qualsiasi altro mezzo. Io sono un narratore: ho semplicemente raccontato una storia. Per questo, non credo che questo romanzo venga letto solo per gli aspetti di impegno che ci sono, ma perché prima di tutto è questo: una storia. E la storia serve sempre per raccontarci verità, per narrare il mondo.
Quello che volevo era far arrivare un messaggio fondamentale: se voi scavate qui, rovinate tutto, rovinate il mondo. Perché distruggendo il paesaggio si distrugge la memoria”.

Partenze e parole chiave
“Quando comincio a scrivere, non so mai esattamente come inizierò. E in questo caso sono partito da un’immagine: l’immagine di questa collina, che ho sempre pensato potesse nascondere l’antica cittadina di Crimissa. Volevo raccontare non solo quello che c’è in superficie, ma anche quello che c’è dentro, nelle viscere. Scavare nella terra come scavare nella società. SCAVARE, infatti, è una delle parole chiave del libro: farlo in concreto – come l’archeologo – e per metafore, come fa lo scrittore. Uno scrittore deve scavare nel presente e poi raccontarlo”.

La lingua, questa sconosciuta
“Si parla in Italia dalla fine del ‘400, e si chiama Arbresh. E’ la parola albanese originaria, entrata in disuso e ultimamente riportata in luce. Siamo in centomila a parlarla, dislocati in cinquanta paesi del sud Italia, che ancora resistono nonostante i tempi moderni.
Fino a sei anni ho parlato solo Arbresh: l’italiano l’ho imparato a scuola. La nostra è una realtà molto viva, non una minoranza! Le nuove generazioni hanno la possibilità di impararlo a scuola: e questa è una ricchezza importante”.

Diventa un ponte: vivi per addizione
“Ho capito che non dovevo più vivere come fanno certi meridionali emigrati, con i piedi al nord e la testa al sud, ma con i piedi al nord e anche al sud, mantenendo dunque vive entrambe queste realtà. Io credo che sia importante cominciare a vivere per addizione: non dover scegliere per forza, non togliere, ma aggiungere.
Ci sono, nel romanzo, dei personaggi che in fondo sono dei ponti: anche chi vive per addizione è un ponte, perché non rifiuta la sua terra, ma ne aggiunge un’altra.
Vivere per addizione significa anche comprendere le ragioni degli altri.
Una delle cose peggiori oggi è il pregiudizio: fa malissimo al singolo e ai popoli, si rimane fermi.
Io e i miei personaggi ci sentiamo così: dei ponti. Senza doverci scontrare sempre con l’occhio del pregiudizio, senza vedere solo ciò che si vuole vedere, privi di fiducia”.

Scrittura e impegno
“Non si può essere uno scrittore che tratta temi impegnati se non lo si è come uomo.
Io scrivo quello che vivo: non posso scrivere di qualcosa se non l’ho vissuta.
A volte la narrazione consente una maggiore complessità, e dà la possibilità alla gente di capire da che parte stare. Perché si racconta una storia all’interno di un contesto molto ampio, dove si incrociano le ragioni di tante persone diverse, e così il lettore può farsi una propria idea.
Fondamentale per me è il LETTORE: è lui che dà un giudizio sui personaggi, sulle scelte dell’autore. Io ho scritto ciò che avevo dentro, senza cercare il consenso in maniera facile con temi che vanno per la maggiore, ed è così fin dai miei primi racconti di quando avevo sedici anni. Non sono portato a forme ibride alla Saviano (che peraltro mi piace), e ammiro sempre gli scrittori diversissimi da me. Anche quando mi chiedono di scrivere un articolo, in realtà quello che mi esce è un piccolo racconto: è con la narrativa che riesco a esprimermi, questo è il mio stile e il mio modo di scrivere”.

Un filtro da caffè
“Sui grandi temi si rischia spesso la retorica, e io riesco a evitarla perché scrivo in una lingua che per me non è proprio la madrelingua. Quindi la lingua diventa quasi un filtro, è come un passaggio in più. Ecco: l’italiano per me è davvero un filtro da caffè. Arbresh è la lingua del cuore, della mia casa, l’italiano invece è la lingua del pane, quella che ti dà da mangiare. L’importante, alla fine, è riuscire a emozionare i lettori”.

Esche vive
“Mi ricordo perfettamente le parole che fanno nascere le mie storie, e sono fondamentali. Queste parole sono così importanti per me da essere come esche vive che portano a galla la mia storia. Io sono solo quello che si impiglia nella pagina, che ci sbatte addosso”.

I 16 anni sono davvero sweet quando scopri la lettura
“E l’estate in cui conobbi Anna Karenina… Ho iniziato a leggere a sedici anni, prima in casa mia non c’era nemmeno un libro! Mi sono ritrovato a casa di un amico: era molto povero e faceva grandi sacrifici per studiare, ma aveva molti libri, tutti Oscar Mondadori – grandissima invenzione! – e io sono rimasto a bocca aperta. Il mio amico mi ha chiesto se ne volevo qualcuno, ho preso Lavorare stanca di Cesare Pavese. Tutt’a un tratto ero diventato lettore. Ma il mio primo vero libro è stata un’edizione di Anna Karenina senza copertina, trovata per caso e forse acquistata da mio padre. Magari il solo libro che avesse letto”.

L’importanza della tradizione orale… e dei contadini
“Amo cogliere il ritmo del parlato di una certa zona, e i contadini sono narratori mille volte più bravi di molti scrittori: io ho imparato moltissimo da loro, dagli scarpai della mia terra. Sapevano raccontare la storia come se fosse mitica, meglio di qualsiasi altro narratore, con interruzioni e riprese al punto giusto, creando una suspense incredibile. Ed è proprio questo, la loro voce, quella che sento dentro, che mi spinge a scrivere, rendendo moderna una forma narrativa orale che parte da Omero”.

Vorrei concludere con un’ultima frase, a mio parere la più bella. Ve la regalo.
“Non avrei mai scritto questo libro, nonostante avessi il tema, se non ci fosse stata un’urgenza: nelle parole di mio padre e nella promessa che gli avevo fatto, di scrivere una storia come questa.
Avevo la storia, mi mancava l’urgenza: ogni storia ha bisogno di un’urgenza per essere raccontata”.

A presto con la video intervista!
p.l.

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