Mendel: ovvero, dell’amore per i libri

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La storia di chi dei libri sapeva tutto. Di chi li respirava, li toccava, li raccoglieva e li rivendeva porta a porta. Perché un vero negozio non poteva permetterselo.

Una storia triste, affascinante, quasi fiabesca, fino alla sua disperata fine.
Si chiama Mendel, è russo, ma vive a Vienna. Anzi, in un particolare posto di Vienna: che non è la sua fredda mansarda. E non è nemmeno un posto di lavoro. E’ un caffè: il luogo prediletto da chi ha bisogno di riscaldarsi bevendo qualcosa di fumante, magari un bicchiere di vino accompagnato da un panino appena sfornato. Ma Mendel non è fra questi. Non ne ha bisogno: a riscaldargli il cuore ci pensano i suoi amati libri. Venerati, curati. Studiati tanto a lungo da non avere nemmeno bisogno di scriverne titoli o autori: è tutto fissato nella sua mente, computer umano di quasi un secolo fa. Quel caffè viennese diventa il suo mondo: lì riceve conoscenti, studiosi, appassionati lettori. Lì gli vengono spedite lettere, scritte da facoltosi bibliofili in cerca dell’ultima edizione di pregio. Lì c’è qualcuno che si prende cura di lui, facendo in modo che non gli manchi mai il pane, perché di soli libri – come d’amore – purtroppo non si può vivere. E lì, c’è persino qualcuno che si occupa di riattaccare i bottoni al suo cappotto ormai logoro.
Poi, arriverà la guerra. Arriverà di nuovo il freddo, e soprattutto il silenzio: silenzio di una vita senza carta, senza profumo di pagine. Giorni in cui non serve più infilare gli spessi occhiali per vedere.
La breve, semplice storia di un uomo, difficile da dimenticare e ancora piena di cose da dire.
Il libro per Mendel è il suo ieri, e il suo oggi: al lettore scoprire se – e in che modo – sarà anche un possibile domani.

 

Quotes:

 

“Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi; il suo rapimento era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano”.

 

“…i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio”.

 

Il suggerimento:
Da leggere tutto d’un fiato, come ho fatto io: va assaporato subito, forte e senza staccare gli occhi dalla pagina.

 

La controindicazione:
Non fatelo in treno: qualcuno potrebbe vedervi con gli occhi giusto un po’ lucidi. Se poi siete costretti a tirare fuori il kleenex e soffiare, la frittata è fatta!

 

[Stefan Zweig, Mendel dei libri, Adelphi, 2010]

Credevo fossero libri…

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…invece era una truffa!

Roald Dahl, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra, Guanda.

Proprio così, perché dietro quest’impettita figura di antiquario cartaceo – o bouquiniste, per i palati più raffinati – si nasconde un incallito truffatore. Con quel segreto in più. Capace di far sganciare montagne di quattrini ad ogni rispettabile famiglia bene londinese. Capace di far girare le budella ad ogni novella vedova (e nella tomba elegantemente foderata gli ignari defunti). Capace che con due mosse furbette ti rovescia come un calzino sporco tutta l’Inghilterra. Ma, si sa, la furbizia assieme all’ingordigia – in questo caso pecuniaria – non porta da nessuna parte. E così… presto verrà svelato il mistero, ed a rimanere in calzini sporchi non sarà certo la benemerita corona inglese.
Inizia da questo libro il viaggio nelle bibliocure. E non a caso.
Non a caso in quanto recentemente testato dalla sottoscritta durante quel fastidioso raffreddore che ha starnutito questo blog. E non a caso, soprattutto, perché possiede quelle caratteristiche che lo rendono una lettura perfetta nei giorni di inossidabile influenza: leggerezza, sia nel contenuto che nelle dimensioni, essenziale nei giorni di debolezza latente che anche alzare un dito diventa sforzo disumano. Nonchè breve, dal carattere chiaro e leggibilissimo senza alcuna lente d’ingrandimento che fa tanto nonno.
Il racconto è seguito da Lo scrittore automatico, utile se proprio la sfiga incombe e l’influenza tarda a guarire. Protagonista un giovane scribacchino che, non riuscendo a sfondare nell’editoria ma ritrovandosi in dote una mente matematica geniale, decide di inventarsi un marchingegno strano… Non me ne voglia nessuno, ma a parer mio più di qualche prolifico scrittore dei nostri giorni l’ha scoperto e ne fa spudoratamente uso.