Le vie della lettura (e del lavoro) sono strane

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Le vie della lettura sono strane.
C’è il giorno in cui non smetti di leggere nemmeno per mangiare, o per dormire.
E quello in cui perdi la fermata giusta dell’autobus perché hai la testa dentro le pagine di un libro.
Ci sono giorni in cui l’immaginaria scritta “PREFERISCO LEGGERE” campeggia sulla porta della tua stanza, nelle megliette che indossi, sulla tua fronte. E gli altri non possono farci nulla.
Giorni in cui vorresti non dover lavorare per restare a casa a leggere.
Giorni in cui vuoi leggere. Preferisci leggere. Devi leggere. Non puoi, e non vuoi fare altro, perchè altro non ti interessa.

Finché non ne arrivano altri, di giorni.
Quelli in cui non devi più dirti “amo il mio lavoro, ma vorrei restare a casa a leggere”, perché il problema non si pone. Mancando in sostanza l’oggetto della diatriba: il lavoro.
In questi giorni, potresti guardare il lato positivo, sorridere e dirti: oggi sto a casa a leggere.
Ma non lo fai. Qualcosa dentro di te si spegne come un lampione rotto. Leggi poche pagine. Sfogli distrattamente il libro. Lasci a metà quelli già pronti sul comodino.

Ci chiamano knowledge workers, e per quanto mi riguarda non c’è lavoro più bello. Fare quello che si ama, stare in mezzo a ciò che si ama, ogni giorno. Ma, inevitabilmente, almeno una volta all’anno tutto questo finisce. Il contratto scade e non c’è rinnovo. La porta di una biblioteca, di un archivio, di una libreria si chiude. L’ennesima storia lavorativa finisce. Il lampione si rompe di nuovo.
E questo, per la sottoscritta, significa immancabilmente anche la brusca interruzione di quello che più ama fare: leggere.

Le vie della lettura sono strane.
Smettere di farlo quando hai tutto il tempo del mondo per farlo è un bel paradosso. Ma se si spegne qualcosa dentro di te è difficile ritrovare gli occhi per leggere. Specie quando lettura e anima sono così vicine.
Le vie della lettura sono strane.
Ma le vie del lavoro lo sono ancora di più.
Se raccontassi a mia nonna quello che sta accadendo – e sta accadendo ormai da un bel po’ – faticherebbe a crederci.
Eppure, se un giorno dovessi mai averli io, dei nipoti, vorrei raccontare loro una storia diversa. Una storia in cui potessero credere.
Sono sicura che in un modo o nell’altro in questa storia ci sarebbero dei libri.

È per questo che riaprirò il libro lasciato a metà. Allungherò la mano sul comodino e finirò quello che ho iniziato. E questa nuova fase comincerà ancora così, com’è sempre stato: leggendo.
Chissà, forse per ogni libro finito inizierà qualcos’altro, qualcosa di buono. E il lampione ricomincerà a funzionare.
Del resto, per leggere ci vuole luce.

E adesso, una piccola book-list con i libri lasciati a metà che finirò in questi giorni.
Augurandovi che le vostre vie della lettura (e del lavoro) siano un po’ più semplici delle mie.

Claude Izner, Il rilegatore di Batignolles, Nord.

Una nuova indagine del libraio Victor Legris nella Parigi di fine Ottocento.

Joseph Roth, Fuga senza fine, La biblioteca di Repubblica.

Quanto di Joseph Roth c’è in Franz Tunda?

Ferdinando Camon, La mia stirpe, Garzanti.

Un bello spaccato di vita, che fa riflettere con la giusta dose di ironia.

 

 

 

E con la luce, anche la Personal Librarian ricomincerà a pieno ritmo 🙂 Stay tuned!

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