… e afferrare la vita che ti passa accanto

[Mariapia Veladiano, La vita accanto, Einaudi]
Rebecca non è nata per essere protagonista. Non è nemmeno nata per vivere la propria vita liberamente. Semmai per subirla, vedersela scivolare accanto come vento leggero.
Rebecca ha una caratteristica che scopriamo subito, senza mezzi termini: è brutta. Ma non di una bruttezza comune, magari qualche lineamento un po’ sgraziato che del trucco quotidiano può nascondere. No, Rebecca è brutta davvero. Di quella bruttezza che fa voltare la gente e chiudere gli occhi, che spaventa ed emargina, che fa male. Talmente tanto, che il suo nome lo scopriamo solo nel terzo capitolo. Quasi non importasse. Quasi non esistesse, come chi lo porta.
Grazie a Mariapia Veladiano, Rebecca diventa per la prima volta protagonista indiscussa di una storia – la sua – e allo stesso tempo si riprende quello che le spetta di diritto: una vita. Che non le passi di fianco, nè sopra o sotto i piedi, magari vissuta per lei da qualcun altro. Una vita sua e basta.
E’ una piccola, preziosa storia questa, popolata di personaggi singolari che si incastrano come in un antico mosaico. La madre, che dopo averla messa al mondo sembra rifiutarla nel più ostinato dei modi. Il bellissimo padre, che non respinge la figlia ma nemmeno è in grado d’aiutarla e amarla. La zia Erminia, che nutre per Rebecca un attaccamento quasi morboso. La bambinaia Maddalena, che la ama incondizionatamente. Una misteriosa “Signora della notte”. E poi la maestra, l’amica del cuore, e infine un pianista che l’aiuterà a scoprire fino in fondo il suo “dono”. Ciascuno di essi porta dentro le ferite di una vita difficile, le croste di segreti inconfessati che prima o poi dovranno venire alla luce. Essere liberati per liberare. E in tutto questo, Rebecca crescerà, riuscirà a sfondare quella malsana campana di vetro nella quale i genitori l’hanno sempre tenuta prigioniera (era protezione? era vergogna?). E troverà nella potenza, nella bravura delle sue mani e nei tasti di un pianoforte una possibile via d’uscita. Imparerà a soffrire e ad amare, e sarà in grado di costruirsi giorno dopo giorno una propria realtà.
E’ bello ritrovare in questo romanzo una città che vivo quotidianamente come Vicenza. Gli stessi luoghi, la stessa acqua, la stessa contrada. Sembra di sentirne gli odori, i profumi, le voci. Di coglierne i difetti, le piccole miserie, le bellezze. E’ sempre accompagnata da una sorta di sottile profumo anche questa storia. Da una musica che passa lieve, come la vita di Rebecca, se non fosse stata scritta nero su bianco.
Le vicende del brutto anatroccolo sono fin troppo note, le favole a riguardo si sprecano. Ma questa di Mariapia Veladiano è quasi una fiaba che sa muovere profondamente le emozioni di chi legge, toccando i tasti giusti, adoperando solo parole corrette, anche quando fanno male. Sembra che l’autrice abbia “lavato i panni nel Bacchiglione”, tanto per rielaborare una frase celebre, con l’intento di far rimanere solo l’indispensabile, il necessario che sapesse arrivare con più forza, e dare finalmente giustizia alla sua protagonista. La vita accanto è un piccolo libro che, quando l’hai chiuso, ti si pianta nello stomaco e nella testa per un po’. E quando tutto è finito vorresti che Rebecca esistesse davvero, per sussurrarle all’orecchio quanto sia bella.
Quotes
“Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia [….] La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire”.
“Qualche volta bisogna stare attenti anche a chi ci vuol bene”.

Il consiglio della librarian
Da leggere nel vostro posto di lettura preferito, in assoluta pace. Al massimo mettete in sottofondo qualcosa di tranquillo, io consiglio i Notturni di Chopin.

La vita accanto è tra i finalisti del premio Strega. Inutile dirlo: io tifo per Rebecca!

2 pensieri riguardo “… e afferrare la vita che ti passa accanto

  1. L'ho letto anch'io. Trovo che si avvalga di una prosa molto fluida e “sensorialmente” suggestiva (effetti cromatici, olfattivi e uditivi immediati). D'altro canto penso che la storia sia stata svelata troppo frettolosamente alla fine, e che ci sia una sovrabbondanza inverosimile di “casi umani” nella stessa trama… Molto meglio un altro candidato al Premio Strega di quest'anno: Gilberto Severini con “A cosa servono gli amori infelici”. Io tifo per lui.

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