A tu per tu con Cesare Segre: fra ricordi, speranze ed emozioni letterarie.

Sabato 25 settembre è accaduto un piccolo miracolo. Sentirsi piuttosto giù per un concatenarsi di circostanze avverse, fisiche e morali, e risollevare le sorti della giornata ascoltando pezzi di vita altrui. Nel mio caso, l’altrui era una specie di mito: Cesare Segre.

Chi non ha sudato davanti al celeberrimo Segre-Martignoni, quei quattro giganteschi tomi che rappresentano l’intero panorama dell’italiana letteratura, da Dante a Pasolini? Così, ritrovare il grande Cesare in occasione di Artelibro a Bologna, per di più in una splendida sala dell’Archiginnasio, è stato un momento storico.

Sentirlo raccontare di come ha iniziato a leggere, sfogliando i romanzi di Salgari (o Salgàri? se lo chiede pure lui!) che uscivano a fascicoli. Sentirgli rievocare quando, a soli sedici anni, ha tenuto in mano la prima cinquecentina, accorgendosi di quanta bellezza potesse esserci in un libro. Sentire l’emozione viva mentre ricorda a tutti l’importanza materiale del libro, dei suoi mille tipi diversi di carta, della qualità dei caratteri, delle preziose legature. Di quanto sia fondamentale, insomma, avere con il libro un rapporto fisico, una percezione quasi carnale, che smuova il più possibile i nostri sensi.

Da dove si comincia?

La domanda arriva puntuale: l’amore per i libri si può imparare? E la risposta non è nè affermativa, nè negativa: per Segre, l’incontro con il libro è una fase inevitabile nella vita. Per conoscerlo, e amarlo, occorre frequentarlo quotidianamente. Come quando si impara un mestiere, insomma. Eppure, mentre tenaci lettori si diventa con gli anni, macinando giorni e vita, la sensibilità necessaria per accostarsi al libro, invece, è qualcosa con cui si nasce. Il gusto estetico della pagina sono in pochi ad averlo: è come una qualità. E oggi questo gusto lo stiamo perdendo: il piacere del bel carattere e della carta bianca e crocchiante a punto giusto si ha sempre meno, a favore dei prodotti più industrializzati, fatti apposta per vendere.

La bellezza dei libri antichi.

Arriva in sella alle parole di Segre: è l’Orlando Furioso, edizione 1532, la cui purezza estetica è simile ad un’architettura del Brunelleschi. Molti venerano il Polifilo indicandolo come il libro più bello, ed è indubbio: eppure la sua bellezza è fin troppo evidente. La sfida, invece, sta nel trovarla anche altrove, dove non è così appariscente e scontata. Questa è la vera soddisfazione che può dare un libro antico: molta meno, purtroppo, ne dà il libro di oggi. Basta pensare a quello elettronico, che di tutto questo non ha più nulla. Come perso è il rapporto tra autore e tipografo: non esiste più, ad esempio, la maniacale attenzione che Alessandro Manzoni aveva per i suoi Promessi Sposi, corretti fino all’ultimissimo momento, e la cui stampa in tipografia è stata scrupolosamente seguita dallo stesso autore. Una fortuna, e una piccola speranza, sono quegli editori che ancora oggi conservano un’eredità storica come questa. E poi il Canzoniere di Petrarca, da cui ci si può fare una valida idea su quante volte un testo venga preso e ripreso fino alla stesura definitiva: si scrivono mille righe e se ne conserveranno, in definitiva, forse dieci. L’utopia è quella di pubblicare un testo con tutte le varianti precedenti: una manna per i filologi, che – a detta di Segre – alla fine ne sanno più degli autori!

Il va e vieni del filologo.

In Italia abbiamo avuto un grande repertorio di autori che ritoccavano imperterriti i propri scritti: da Petrarca a Boccaccio, da Leopardi al contemporaneo Pontiggia capace di riscrivere un intero romanzo dieci anni dopo perché non ne era del tutto convinto. O Bassani, che cambia addirittura il titolo delle sue Cinque storie ferraresi. Qui ci vuole il lavoro del filologo, che nulla toglie all’immediatezza della lettura: il punto di partenza è pur sempre un’impressione personale, che porterà poi a ripercorrere gli scritti mille volte, in tutte le loro varianti. Questo, che Segre chiama “il va e vieni del filologo”, è quello che salva ogni aspetto importante della letteratura.

Letteratura è ancora emozione?

Sempre. Quotidianamente ci si lascia impressionare lalla lettura, nonostante si debba farlo per lavoro. I casi recenti che hanno impressionato il grande Cesare:

– Sebastiano Mondadori, finalista al premio Strega con Un anno fa domani;
– le poesie del trevigiano Luciano Cecchinel.

C’è, invece, qualche autore che proprio non digerisce?

Certo, il Tasso! Per l’uso della lingua improprio, il sentimentalismo forzato. E se fosse un suo studente a pensarlo? Bhe… deve comunque sapere bene la storia della letteratura. Poi se alla fine, spassionatamente, mi dicesse di concordare con il mio giudizio… forse meriterebbe un punto in più!

Nota dolente.

A partire dagli anni ’70, di autori veramente buoni se ne sono visti pochissimi.

Il bello della lettura.

Poter spaziare con piacere senza fermarsi soltanto in un ambito specifico.

Le buone domande del buon lettore.

Non smettere mai di chiedersi “Che conseguenze può avere questo libro nella mia conoscenza del mondo e degli uomini?”. Se posso rispondere positivamente, allora mi trovo davanti ad un buon libro.

Il rammarico.

Ci sono alcuni autori apprezzati che purtroppo hanno cambiato mestiere (ma va’? come mai?). Peccato. Ma la gioia di averli incontrati e magari segnalati in un articolo rimane.

L’ultima, decisiva domanda.

La letteratura sta perdendo la capacità di essere il centro della cultura? Sarebbe un lungo discorso, ma la risposta è si. Oggi il suo spazio risulta molto ridotto rispetto al passato, e non è giusto. Così perde la sua funzione conoscitiva e pedagogica, che nient’altro possiede. Purtroppo, capire come difenderla non risulta nè chiaro, nè tantomeno semplice, specie alla luce della società d’oggi. Dobbiamo impegnarci tutti per trovare il modo di mostrare come la cultura sia ancora un elemento fondamentale per l’uomo. E… quello che sta succedendo oggi in politica dimostra quanto difficile sia! [applauso scrosciante dell’uditorio]

Uditorio composto – per la precisione – da una ventina circa di persone. Decisamente non molte: questo fa capire come sia davvero difficile, oggi, il compito di chi vorrebbe riportare la letteratura al degno posto che merita. Ma non ci scoraggiamo.

Che dire, uscire da quella vetusta stanza con l’animo più leggero e il cuore rinfrancato non ha prezzo. Nemmeno avere incontrato a pochi metri di distanza un protagonista indiscusso dei miei studi, su cui si è indubbiamente formato il mio spirito di bibliofolle.
L’unico rammarico: non avere avuto con me il mitico Segre-Martignoni per farlo autografare con tanto di dedica. Ma si sa, la meravigliosa fisicità del libro – in questo caso – aveva un peso specifico un po’ troppo elevato!

Grazie Cesare.

[Sabato 25 settembre
“Lo scaffale incantato”
Archiginnasio, sala dello Stabat Mater
Stefano Salis intervista il critico letterario Cesare Segre]

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